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I Co’sang vengono da Marianella, periferia degradata di Napoli, e "Chi more pe' mme" è il loro fortunatissimo album d’esordio. Non capita tutti i giorni infatti che il cd di un gruppo semiesordiente (facevano parte di quel Clan Vesuvio che anni addietro realizzò Spaccanapoli) raccolga pareri entusiasti ed unanimi da parte di un pubblico come quello hip hop, esigente fino ai limiti dell’hateraggio; e capita ancora più raramente che un disco così hardcore ed underground si guadagni la copertina di riviste prestigiose e non di settore come Rolling Stones e Rumore. I motivi di questo successo sono fondamentalmente due, e sono strettamente correlati: 1) Chi more pe' mme è un prodotto omogeneo senza essere monotono, coeso senza essere ripetitivo, suona bene e comunica veramente qualcosa all’ascoltatore; 2) Le liriche di ‘Nto e Luchè non sono egocentrici esercizi di stile: parlano di Marianella, della vita nel rione, della camorra, della gente che li circonda, dei loro sogni e delle loro frustrazioni. E’ proprio questa descrizione lucida ma partecipe a rendere l’album dei Co’sang così speciale; e la rabbia che sprizza da ogni rima, che batte su ogni rullante, risulta alla lunga il file rouge che caratterizza le sedici tracce e le unisce in un discorso che ha un capo e una coda. Le basi di Luchè non rivoluzioneranno forse i canoni del genere (suonano molto alla Havoc), ma svolgono il loro compito senza sbavature: le batterie cattive e i campioni perlopiù cupi (come in ‘O spuorco o in Raggia e tarantelle) o malinconici ( come nella title track o in Fuje tanno) fanno da perfetto accompagnamento alle storie che i due mcs raccontano in un flusso ben amalgamato di immagini e sentenze. Riguardo alla tecnica del rappato c’è poco da dire: è vero che i Co’sang hanno la fortuna di usare un dialetto che suona bene quasi quanto l’inglese, ma il flow serrato e la forza espressiva dei loro testi sono quanto di più vicino si possa ottenere rispetto agli standard americani. Quello che però fa davvero la differenza, come già detto, sono i contenuti: Chi more pe' mme è il primo disco nella storia dell’hip hop italiano a parlare di strada in maniera credibile. Non c’è compiacimento nelle parole dei Co’sang (…bambini si fanno uomini con le tasche piene/ chi e' di qua sa cos'e'/ chi lo vorrebbe essere ci fa vedere quanti complessi ha…): c’è piuttosto la disperazione di chi sa che, in una situazione in cui la camorra è più presente dello stato ( … quello che vedo oggi è il risultato/ infetti dall’infanzia la Francia si atteggia/ ma lì non esiste sistema(camorristico) che paga stipendi/e i peggiori non stanno insieme a chi fa le leggi …) la convivenza è forzata e difficilmente estirpabile. E quando un disco ci comunica qualcosa sulla realtà, ha già dato più di quanto è lecito aspettarsi. Se vi piacciono i paragoni altisonanti e magari un po’forzati, Chi more pe' mme suona come The Infamous dei Mobb Deep: un prodotto crudo, potente e vero che non regala nulla all’easy listening ma di cui non si skippa niente (giusto per la cronaca, le mie tracce preferite sono Fuje tanno, ‘O spuorco e Poesia cruda). Se questi accostamenti non vi piacciono, tanto meglio: Chi more pe' mme è un disco che ha abbastanza personalità e spessore da risultare originale anche senza contenere sperimentazioni tecnico-musicali. Text Fabio Varini |