DSA Commando - Requiem - 2006 Bodybags Projekt
L’hip hop si può fare in mille maniere diverse. Non è detto che debbano piacere tutte allo stesso modo: chi ascolta down south difficilmente apprezzerà gli stessi dischi di chi è infottato con il rap newyorchese, il gangsta rap centra poco con quello più conscious, la roba più complessa ed elaborata avrà un certo tipo di ascoltatore e quella più grezza e spontanea (tendenzialmente) un altro. Questo per dirvi che se andate matti per il bounce, se siete alla ricerca della prossima frontiera sonora di questa musica, se cercate punchlines fighe o smielate r’n’b, i DSA Commando non sono il gruppo che fa al caso vostro. Ma se la nostra società vi fa schifo, la vostra vita pure e per il futuro non prevedete nulla di buono; o se solo vi prendono bene le atmosfere cupe e i rappati al limite dell’urlato, allora questo cd si è meritato in pieno un giro nel vostro lettore.
I tre savonesi del DSA Commando non provano in nessun modo a camuffare la loro attitudine: già dalla copertina, tra teschi, croci e bombe nucleari, si intuisce che chi vuole le good vibes può mettersi il cuore in pace e cercare da un’altra parte. “Requiem” si ispira a un immaginario apocalittico che ha poco a che fare con quello classico del b-boy: è un disco che si potrebbe definire horrorcore, un filone che in America ha qualche esponente prestigioso (Gravediggaz, Necro e Jedi Mind Tricks su tutti) ma in Italia è stato portato avanti con successo solo dal Truce Klan. L’architettura sonora è essenziale. Le basi di Sunday sono potenti e scarne, danno tiro al pezzo e lasciano il giusto spazio alla carica degli mcs . Le voci arrochite e l’impostazione al microfono di HeskaRioth e Krin183 ricordano molto lo stile di Kaos: è una somiglianza che non sfocia nel plagio ma che a mio giudizio li limita un po’, considerando che hanno buona tecnica e sono molto bravi nel descrivere in maniera efficace (ho visto un prequel della fine in ambulanza/sulla tangenziale ai centottanta/risucchiato da una luce bianca) le situazioni e le sensazioni che vogliono evocare. L’ascoltatore che decide di seguirli viene prima scortato e poi abbandonato in un mondo sinistro, angoscioso quanto angosciato, in cui la critica spietata verso la società e le sue ipocrisie sfocia nell’antagonismo (quanto costa/scendere da questa giostra/ gira senza sosta/sedermi stretto con voi servi in mostra/ coi vermi di sta fossa/ sto in compagnia migliore rispetto alla vostra). La metafora dell’invasione aliena, il rifiuto delle convenzioni sociali, il rap commando che distrugge i club: il messaggio di fondo senza dubbio passa, ma alla lunga si ha l’impressione di sentire sempre la stessa traccia e il cd nel suo insieme risulta claustrofobico e un po’monocorde.
Riassumendo: pur non essendo la mia tazza di tè, come direbbero gli inglesi, è sicuramente un buon cd. Certo, vi devono piacere “la musica da camera ardente” e “le rime antiuomo”: ma come ci ricorda l’outro del cd (Fulci?) la musica della paura è liberatoria e se vi manca materia prima per la vostra catarsi, “Requiem” ne ha perfino in eccesso.

Testo Fabio Varini