“… è l’hip hop più classico, del tipo: fanculo ad ogni sbirro!” rappa il Danno in “Più forte delle bombe”, il singolo che ha anticipato un anno fa la terza fatica del Colle der Fomento.
Ora che “Anima e ghiaccio” è finalmente uscito si può dire: è proprio così.
L’ottavo colle di Roma rappresenta nella maniera più piena lo spirito dell’hip hop che fu, quello delle quattro discipline e del purismo quasi dogmatico, della protesta e del suono cupo e pesante. Ne incarna limiti e pregi: fra questi ultimi c’è certamente quella dose di passione e amore per la musica che il rap-in-business del ventunesimo secolo sembra avere irrimediabilmente perso.
E, del resto, cos’altro ci si poteva attendere dal gruppo che regalò, nell’ormai lontano 1996, un classico del genere come “Odio pieno” ?
La domanda non è così retorica come potrebbe sembrare. Nei sette anni di silenzio che sono passati dal secondo album del Colle, quello “Scienza Doppia H” che fu (almeno per me) una mezza delusione, è successo veramente di tutto: Ice One (il produttore storico del gruppo) si è allontanato dalla formazione, Danno ha passato un lungo periodo di depressione, di Masito non si sapeva più nulla e sembrava scomparso dalla scena. La fine del Colle, hanno pensato in molti.
“Anima e ghiaccio” regala tre buone notizie.
La prima, la più attesa, è che il Colle non è finito. Il disco, pur non essendo ai livelli di “Odio pieno”, è sicuramente migliore dell’album precedente: c’è qualche traccia non particolarmente significativa, alcune strofe superflue, ma la qualità media dei pezzi è decisamente buona e le perle (Ghetto chic, Benzina sul fuoco, RM confidential) sono di primissimo livello.
La seconda notizia, per certi versi la più sorprendente, è il miglioramento di Masito: in questo album il gap qualitativo che lo separa storicamente dal Danno si è notevolmente ridotto, la rappata è diventata più scorrevole che in passato e si apprezzano così quelle qualità (spontaneità e contenuti in primis) che in passato venivano offuscate.
E’ però la terza notizia, a mio parere, quella più importante: per quanto hardcore e nostalgico, il disco del Colle non suona ’96 come in molti temevano; e per quanto risulti adeguato agli standard attuali, non è la tamarrata posticcia e priva d’identità che hanno sfornato altri gruppi, nel tentativo di stare al passo coi tempi, intaccando così una reputazione che sembrava inattaccabile (chi ha detto Mobb Deep???).
Danno, Masito e DJ Baro, orfani del Funkadelico, hanno deciso di affidarsi a una vastissima schiera di produttori, alcuni più conosciuti (Mace, Don Joe, Mr Phil, Squarta, Turi…) ed altri meno.
Il risultato dà loro ragione. I beats suonano freschi e potenti, perfetti per la rappata semplice e incisiva che è il marchio di fabbrica del Colle, ma non solo: anche se praticamente ogni base proviene da una persona diversa, il disco mantiene quell’omogeneità di fondo che di solito si ottiene affidandosi a un unico beatmaker. La palma di best producer va al truce-affiliato Lou Chano: “Ghetto chic” e la title-track “Anima e ghiaccio” accelererebbero la salivazione di qualsiasi mc e non a caso aprono e chiudono, magnificamente, il cd.
Il contenuto di “Anima e ghiaccio” è riassunto nel titolo. Da una parte c’è lo spirito, la passione, l’amore, la cultura e l’umanità; dall’altra un mondo che è sempre più freddo, vuoto e mercificato, un mondo in cui conta solo l’apparenza e il mercato, in cui la gente pensa sempre meno e, quando lo fa, è solo per cercare il tornaconto personale. Il concetto è ripetuto fino allo sfinimento, quasi come riempitivo, un po’ come capita solitamente con le rime autocelebrative: a volte si ha la sensazione, ed è l’unico appunto che mi sento di muovere ai due mcs, che all’ossessività con cui è trattato il tema non corrisponda un’adeguata profondità di analisi, che ci si accontenti di descrivere mille volte la stessa scena senza indagarne troppo i particolari. Che poi dal disco emergano rabbia, amarezza e nostalgia per l’età dell’oro non può essere una colpa; ogni artista ha il diritto di esprimere quello che prova, anche a costo di deprimere il suo pubblico. A questo proposito, il parallelismo tra “Il cielo su Roma “ ed “RM confidential” è particolarmente esplicativo: se il pezzo di “Scienza doppia H” era una dichiarazione d’amore nei confronti della capitale, questo è il lamento di chi ha visto andare troppe cose nella direzione sbagliata e fatica a sentirsi a casa nella propria città.
A cura di Fabio Varini