E così è arrivato anche per Inoki il momento della Grande Chance.
“Nobiltà di strada”, il terzo lavoro dell’ex PMC, esce infatti per la Warner e si guadagnerà per questo il minimo di spazio mediatico che è garantito a chiunque oli gli ingranaggi del sistema. I prossimi mesi ci diranno se sarà il quarto d’ora di gloria concesso ad Amir o se la fortuna (e la promozione dell’etichetta ) sorriderà ad Inoki come a Fibra e Marcio: intanto il singolo è in rotazione su MTV e il rapper bolognese ha già ricevuto più attenzioni in un mesetto che nella sua decennale carriera.
Che Inoki fosse fra i più pronti al grande salto, per attitudine, mentalità ed esperienza, era cosa risaputa; che, nel momento in cui le majors firmano cani e porci, non si potessero dimenticare di chi ha dimostrato di sapere galleggiare nell’underground, era piuttosto scontato; qualche dubbio sulla qualità del prodotto poteva venire invece dalle ultime prestazioni al microfono dell’ex conduttore del “2 the beat”. Dopo il pessimo “Fabiano detto Inoki”, magistralmente prodotto da The Italian Job (Shocca, Shablo e Don Joe) ma rovinato da testi piatti, prevedibili e retorici, sembrava proprio che l’involuzione lirica del “gangsta da B-O” fosse inarrestabile. La vena artistica di Inokiness doveva considerarsi definitivamente esaurita? Poteva l’approdo alla Warner curarne l’estro impoverito? La necessità di conquistarsi, in qualunque modo, una fetta di mercato, ha mai favorito la creatività e l’ispirazione artistica? Assillato da questi interrogativi, con un brutto presentimento in corpo, mi sono deciso ad ascoltare l’album.

Partiamo dalle produzioni. Inoki licenzia il trio che aveva benedetto il disco precedente e cambia nettamente registro: il suono scelto è quello che va di moda adesso, quello che strizza l’occhio ai club e piace tanto (sembra) ai registratori di cassa dei negozi di dischi. Io preferisco altra roba ma, paragonate alle basi orride scelte da Fibra e Marcio, le produzioni di Inoki suonano molto meglio e reggono il confronto con l’equivalente americano. Inoki, poi, sembra perfettamente a suo agio su questo tipo di tappeti: sfodera un flow a tratti ipnotico e, in quanto a ricerca lessicale, opera un miglioramento notevole rispetto alla semplificazione (ai limiti della lobotomia frontale) del recentissimo passato. Inoki ha poi il merito di non scordarsi della massa di nostalgici del suono che fu, fra cui potete annoverare senza problemi il sottoscritto, facendosi confezionare alcuni beat più classici. Fra questi anche il singolo “Sentimento reciproco” che, lasciando perdere il dissing a Fibra (opportunistico e stucchevole) e una terza strofa pressoché inutile, è l’esempio perfetto di come si possa fare del buon rap anche ai piani alti: il pezzo ha un gran tiro, Inoki cresce sul beat in maniera più che fluida e il ritornello, nella sua semplicità, entra in testa senza per questo rovinare l’autostima di chi ascolta. Il Ballarin si regala un altro refrain d’autore ne “Il mio paese se ne frega”, dimostrando che all’occasione è uno degli specialisti migliori in Italia; peccato per le strofe, in pericoloso bilico tra la banalità e il qualunquismo demagogico, anche per colpa del tema estremamente scivoloso. Come contenuti, ma direi anche in generale, il pezzo migliore del cd risulta “Con orgoglio”. Qua Inoki si mette a nudo, senza mai scadere nel patetico, raccontando di sé, di sua madre, di suo padre, della città che lo ha cresciuto. Il testo trasuda sincerità e proprio per questo riesce a trasmettere emozioni all’ascoltatore, riscattando i momenti cazzoni del disco. 
Che sia chiaro, la fanno da padroni: da “Free pass” con G-Max (e ho già detto tutto) alla curiosa “Majico”, uno stupro di massa di accenti tonici che è nato (così ho letto in un’intervista) ironicamente per poi degenerare in una sorta di manifesto di stile e atteggiamento, da “Se mi vedi” a “Nuovi re pt.2”, la parte centrale del cd è dirty south all’italiana su cui, ripeto, stilisticamente Inoki fa vedere le cose migliori di “Nobiltà di strada”. La nota dolente è che a volte la forma prende a cazzotti il contenuto e lo massacra proprio, tanto che ci manca solo l’arbitro che conta i secondi: ritornelli come “se mi vedi/coi miei negri/è meglio che stappi/è meglio che stendi/è meglio che mandi il cash”, mentre li pompo in autoradio, mi fanno scendere la palle all’altezza di freno e frizione. E se bisogna proprio scrivere un ritornello come “tu non puoi fermare la shit/ tu non puoi cambiare la sit/ noi voliamo abbiamo le wings/ sulle strade siamo i new kingz”, sarebbe preferibile (e meno ridicolo) usare direttamente la lingua inglese. Un pezzo del filone modernista che mi è piaciuto veramente molto è invece “Parli parli”, dedicato a un ex amico chiacchierone che, visto anche l’omissis in “Con orgoglio”, dovrebbe essere proprio Royal Mehdi. Gossip a parte, in questo pezzo Inoki convince a pieno: bel flow, extrabeat (di cui non sono un estimatore) azzeccatissimi, ritornello suggestivo e orecchiabile, veramente tutto a posto. Piacevole anche il featuring de Il Turco su “Perdersi”, di sicuro più ispirato di quello realizzato sull’album del Colle der Fomento.

Tirando un po’ le somme: “Nobiltà di strada” è un album superiore alle mie aspettative, peraltro piuttosto basse. Inoki, che non sarà mai il mio rapper preferito, si è tolto un po’ della polvere che aveva accumulato con gli anni; è riuscito ad evolvere lo stile, caratteristico ma un po’ monotono, che si portava dietro da “Notte e giorno”; ha le basi fresche che fanno muovere il culo, anche se io continuo a preferire il trio del cd precedente, e bisogna dire che gli calzano a pennello.
Non è il disco del secolo, né del decennio, né dell’anno, ma non è malaccio: per fare meglio, servirebbe una rielaborazione maggiore degli input stilistici d’oltreoceano, qualche wing e shit in meno e un paio di pezzi cme “Con orgoglio” e “Parli parli” in più.

testo Fabio Varini