Ciao Stewart, come va?


Alla fine, non ricordo di essere mai stato più impegnato prima d’ora. Le date nel weekend, un ufficio che ho organizzato di recente, per gestire l’etichetta e il lavoro costante sulla musica, le produzioni e l’ottimizzazione dei live che porto in giro.

“Grounded in Existence” è forse il tuo primo progetto che ho maneggiato, rimanendone catturato tanto da dicidere di approfondire la ricerca sulla tua discografia. Così ho scoperto che Grounded in Existence era già il quarto album, è corretto?

Dovrei onestamente rileggere anche io tutto quello che ho fatto, prima di avere un quadro preciso. “Stabiles” nel 1999, “Discord” (con Geoff White) nel 2003, “Live Extracts”, per arrivare a Grounded in Existence, che è si il mio quarto album.

Quale preferisci tra questi? E perché?

Grounded in Existence è il mio album preferito. Si presta particolarmente all’ascolto, nell’iPod come a casa. E’ l’unico album che ho prodotto con la chiara intenzione di farlo simile a me. Simile al mio modo di vedere, senza proeoccuparmi di renderlo “ballabile”. Mi capita di inserire nei miei live pezzi di vecchi album o di vecchi EP, ma amo Grounded in Existence perché penso sia un album completo. Non penso di riuscire a suonare tracce tratte da quest’ultimo, sono di per se troppo arrangiate; avrei bisogno di una vera e propria orchestra per riprodurle nella loro intierezza.

Sei originario degli States, ma trasferito a Berlino qualche anno fa. E’ stata la musica la ragione scatenante?

Sin da quando produco musica non ho mai vissuto in una città dove la stessa musica fosse un elemento costante nella quotidianità o una città particolarmente ricca di cultura musicale come Berlino. Così l’idea di vivere nel bel mezzo di una scena fervida, fu entusiasmante. Se acquisci certe nozioni essendo fuori dalla scena, senza avere la sensibilità di cosa succede realmente, è molto difficile che tu possa crescere anche dal punto di vista tecnico. Quindi in teoria spostarsi verso il fulcro può essere più semplice per esprimersi. In pratica però, prorpio per la mia scarsa esperienza in fatto di collaborazioni, ho dovuto constatare che comunque in studio sono più a mio agio quando lavoro da solo.
Anche per questa ragione sono riuscito ad apprezzare la faccia di Berlino meno club oriented. Quella fatta di tanti giovani che aprono etichette sperimentali, cafè alternativi e attività sempre “originali”. In America invece tanti miei coetani hanno avuto troppe difficoltà per portare aventi delle idee a mio parere validissime. Ecco una differenza fondamentale.

Ci sono altre differenze tra Europa e USA anche in termini di stile di vita?

Bhe ci sono delle differenze abissali, di cui potremmo discutere per giorni. E’ molto più semplice dire che la cultura della musica underground non esiste in America. Non so spiegare perché sinceramente e ho provato a capirlo per anni, giuro, lottando anche, finchè ho deciso che traferirmi in Europa sarebbe stato molto più semplice per la mia salute mentale e soddisfacente per la mia carriera. Oggi sono rimasti in pochi a lottare, molti di quelli che conosco hanno “mollato” come me.
Ti cosiglio di cercare i video della US National Guard, per capire come lo Stato reagisce alla cultura dei dance party. Vedrai militari armati fino al collo che si calano dagli elicotteri per interrompere delle semplici feste. Mi sento onestamente molto fortunato di vivere a Berlino, probabilmente la città europea più libera in questo senso, ancor più di città come Londra, Monaco, etc.

Ho letto da qualche parte che ai tuoi live suonavi solo con hardware. Suoni qualche strumento acustico o elettrico? Hai studiato musica?

Ho studiato musica da adolescente, ma non penso di essere stato un bambino prodigio. Ero in grado di suonare "Where Have All the Flowers Gone”. Basta? Ho sempre avuto il sogno di essere un musicista per me stesso. Più avanti ho approfondito lo studio del piano e della chitarra, ma suonare musica elettronica live è stato un processo naturale, molto diverso che diventare un chitarrista.
Questa domanda mi fa riflettere molto perché purtroppo il vero musicsta sta scomparendo. Io stesso, nonostante vada in giro con una discreta backline, alla fine sono un DJ dei miei loop. In questo senso non c’è molta differenza da quando suonavo con delle macchine  ad oggi che uso dei software. E’ solo tutto drammaticamente più a portata di mano.

So che hai più di un progetto musicale. Ad esempio: Atlájala, Horizontal Transfer, Walter Haderlapp, ma senza uscite recenti…

Si, ho usato tanti pseudonimi all’inizio della mia carriera, perché pensavo fosse cool usare nomi diversi per progetti diversi. Poi sono diventato più serio forse, anche nel tentativo di produrre cose qualitativamente “perfette” e così è venuto più naturale voler firmare e fermare queste produzioni con il mio vero nome. Questo è anche la filosofia dietro la mia etichetta Persona. L’idea che dietro della musica ci siano degli individui, non solo degli avatar.

“Concentricity”, il tuo prossimo album, è in dirittura d’arrivo. Vuoi anticiparci qualcosa?

“Concentricity” è partito come il proseguio di “Live Extracts” ma mi sono reso conto che negli ultimi cinque anni il mio stile è cambiato molto. Ascoltando Live Extracts, mi accorgo che suona troppo tech-house o dub-techno, così comune all’epoca, ma così diverso dal mio gusto attuale. Concentricity diventa più che un momento per fermare il mio stile di oggi, un occasione per riconoscere diversi ingredienti, per riflettere vari stili e si spera per crescere possiilmente come artista. Penso che questo nuovo album suoni molto contemporaneo. Leggendo alcune recensioni ho scopeto che alcuni pensano sia un classico dell’old school, altri invece scrivono in linea con il minimalismo tedesco. Io spero sia entrambi.
Ho impiegato dieci mesi per organizzarlo, provando e riprovando varie soluzioni, studiando il senso della melodia e quello della dinamica. Nonostante siano due generi opposti, ricosco Concentricity in “Mezzanine” dei Massive Attack; trovo un percorso mentale simile e lo stesso bilanciamento delle atmosfere. Parti lente che si fondono con parti energetiche che scuotono l’ascoltatore. E’ lo stesso senso che do ai miei live oggi.

Sono circa due settimane che ho ricevuto la promo copy e sono ancora qui che l’ascolto parecchio. Hai fatto veramente un ottimo lavoro. Perché la scelta di mixarlo?

Ho iniziato a mixare i miei album con Geoff White, ma non solo affinchè suonasse come un DJset; soprattutto per mostrare come due tracce possano essere collegate.
Di solito scrivo le tracce, poi seleziono l’oridine e quindi penso a degli interlude che altro non sono che il legame tra un pezzo e l’altro.
Inoltre penso che molti di coloro che ascoltano un album techno sono troppo attratti dalle tracce in se, più che dal percorso dell’intero album. Questo è un tentativo forse di catturare l’attenzione in un modo alternativo.

Fernbank 1991, è la prima e unica traccia stampata anche su vinile. Hai in mente di stamparne altre?

Fernbank 1991 è stato il primo singolo solo perché è il pezzo più fruibile. Molte delle altre tracce saranno stampate su un vinile doppio e usciranno insieme al CD.

Parlaci in maniera più approfondita di Persona e magari degli artisti in scuderia. Ad esempio conoscevamo già Persona, grazie all’amicizia con Touane.

Ho lanciato Persona nel 2001 a Boston quando ho capito che la musica elettronica potesse essere tanto personale quanto il folk, faccio per dire. Cioè fatta di persone e non solo di macchine. Dopo vent’anni di pseudonimi robotici o sintetici come Prodigy,
Arpeggiators, Panpot, Transistor Rhythm, il rapporto tra musica e ascoltatori rischia di ridursi ad un fatto numerico, matematico. Ho pensato che fosse liberatorio allo stesso tempo, proprio perché io produco muica elettronica, ma non è una questione di mezzi che uso, bensì di natura, di gusto.

Qual è il tuo harware preferito ed il tuo strumento preferito?

Ho avuto un rapporto complicato con gli harware perché ho avuto studi minuscoli e il risultato è che uso solo tre pezzi sempre e comunque. Così adesso li conosco come le mie tasche e posso farci quasi tutto, ma spesso mi stancano. Non so mai se devo vederli o no o provare qualche nuovo componente.

Qual’e la tua città preferita?

Non penso di avere preferenze, soprattutto dopo aver lasciato l’America. Tendevo ad odiare le città nelle quali ho vissuto. In realtà mi sento meglio quando in prosepettiva c’è un trasferimento. Non mi piace l’idea di dovermi fermare per sempre. Mi piace molto Berlino adesso, ma penso sia più facile per me, proprio perché alla fine viaggio spesso per lavoro. Mi diverto molto in Campania (sud Italia) o Andalucia (sud della Spagna). Ultimamente mi affascina la città piccola più che la metropoli. Forse è per deformazione professionale; ho l’impessione che chi ti viene ad ascoltare sia più curioso.

a cura di Marco Febbraro