Se un ottimo concept non basta da solo a fare un ottimo disco, è di certo un primo passo in quella direzione. E l’idea che sta alla base di “Quella sporca dozzina” (direttamente dal programma “Quei bravi ragazzi”, in onda su Rai2) è semplice ma stimolante: dodici nomi più o meno di spicco della scena italiana scelgono un film e lo raccontano in rima.
I vantaggi di questa impostazione risultano chiari da subito: viene eliminato alla radice il rischio principale delle compilation, che è quello di trovarsi con una serie di pezzi raffazzonati e/o slegati, non sempre inediti e spesso giustapposti senza criterio; si garantisce una precisa identità al prodotto, che ha una ragion d’essere che va al di là della lista dei partecipanti; si motivano gli stessi artisti, costretti a cimentarsi in un’opera di traduzione che presenta evidenti difficoltà ed alcuni trabocchetti, ma che non può non essere intrigante.
Se lo vogliamo considerare come un esercizio di stile, come una gara di mcing, vince - e di alcune lunghezze - Marracash.
E’ pur vero che il rapper milanese parte avvantaggiato rispetto agli altri: la base di Don Joe, potente ma non pacchiana, è splendida e si adatta benissimo a un’interpretazione impegnata ed emotiva; la trama di “Carlito’s way” è abbastanza lineare e si confà alla street-attitude del Marra. Il quale, però, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri rapper: l’espediente geniale che utilizza è quello di raccontare il film come lo si spiegherebbe a un amico, rappresentato da una seconda voce che puntella ogni tanto la narrazione; in questo modo Marracash riesce a non storpiare la sua rappata, a mantenere il registro colloquiale e diretto tipico del rap e, soprattutto, ad evitare i passaggi scolastici e meramente illustrativi che appesantiscono la maggior parte delle altre prove. E’ questo il caso dei Pesi Piuma e dei Lickerz, alle prese rispettivamente con “L’avvocato del diavolo” ed “Old boy”: anche se il risultato complessivo è buono (e i film in questione non sono soggetti facilissimi), in numerosi punti le necessità narrative si prendono tutto lo spazio disponibile e per tecnica e descrizioni (che pure sarebbero funzionali al racconto) non c’è proprio posto. E’ un difetto che, inevitabilmente, si fa sentire con il passare degli ascolti e attrae il dito indice verso lo skip. Meglio “Il grande Lebowsky” di Ape, cui bastano le prime quattro battute del pezzo (“nel mio barrio sono leggenda/ confondo il mattino e la notte fonda/ aspiro fino all’ultimo tiro con l’aria sbronza/ a mio agio con tutto ciò che mi circonda/ non mi pongo domande mi avvicinano alla tomba”) a ritrarre la psicologia del Drugo; azzeccati anche il mood della base e il ritornello scanzonato e leggero, interpretato dallo stesso Ape con la cadenza un po’strascicata da fattone che ricorda l’intonazione del protagonista del film (che non si può non amare).
Due vecchie volpi come Bassi ed Esa svolgono il compito loro assegnato in maniera furbesca: il “Trinità” del BusDeez e il “Se mi lasci ti cancello” del FunkyPrez hanno poco a vedere con i film in questione, giusto qualche richiamo per far vedere che non si è fuori tema; Esa si limita addirittura a ripetere “non mi ricordo più” per tutto il pezzo, il che non è davvero un grandissimo sbattimento. Lo stesso discorso potrebbe valere per Stokka, Mad Baddy e la loro “Lost in translation”: qua però le strofe trattano i significati profondi dell’opera di Sofia Coppola e l’accoppiata base-ritornello è talmente azzeccata che non si può non considerarlo il secondo pezzo migliore del cd.
I One Mic combattono un onesto “Fight Club”, ma lo rovinano per via dell’interpretazione talmente sforzata da risultare prima eccessiva e poi irritante; Santo Trafficante, astro nascente della scena romana per cui alcuni gridano già al miracolo, smorza le attese con un “Donnie Brasco” totalmente piatto e insignificante. L’ Original Babuzzi Band, unico gruppo esordiente del plotone, propone “Lo strappo” di Guy Ritchie: il film è descritto con dovizia di particolari, alcuni spunti sono interessanti ma il flow, paragonato a quello degli altri mc’s, è ancora un po’acerbo. Chiudono l’eterogeneo cast la grandissima voce di Alessio Beltrami (“Eyes wide shut”) e il ragga dell’ormai rastafariano Babaman (“King kong”).
“Quella sporca dozzina” resta uno di quei prodotti che vorremmo sentire più spesso; la maggior parte del merito va alla trovata originale, quindi complimenti davvero a chi l’ha avuta (rumors non confermati dicono lo stesso Bassi). Il risultato finale è interessante, anche se alla fine viene voglia di riascoltare solo i pezzi veramente riusciti: ma “La via di Carlito” da sola vale il prezzo del cd.
Buon tentativo, speriamo in un secondo episodio.
a cura di Fabio Varini
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