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A un anno di distanza dal concerto di Milano, Redman bissa la sua presenza in Italia e atterra a Bologna in occasione del tour di promozione del suo nuovo album “Red Gone Wild”. La location prevista è il Link, che negli ultimi anni sta regalando chicche su chicche (due volte Method, Talib Kweli…) agli appassionati del genere e merita per questo i più sentiti ringraziamenti, specie considerando che i futuri appuntamenti (Nas e Kool G Rap) non sono da meno. A qualche giorno dal concerto, però, ecco l’immancabile colpo di scena: un ragazzo si sente male durante una serata nel locale e finisce in coma al Sant’Orsola; appurato che il malore è dovuto al solito, generico mix di alcool e stupefacenti, il questore decide di assestare un colpo decisivo al cartello della droga e chiude il Link per un mese. Ironia a parte, il provvedimento lascia gli organizzatori in braghe di tela e noi fans con il fiato sospeso: salterà mica Redman? mi chiedo atterrito mentre seguo il tam-tam su internet. Grazie al cielo, tutto va per il meglio. Il concerto viene spostato in zona Parco Nord: non all’Estragon o al Palanord, come si poteva sperare, ma in un terzo tendone adiacente e decisamente meno consono alla situazione. Il posto è piccolo, senza bagni e ha un’acustica rivedibile; il soffitto basso esaspera l’effetto cappa e fatica a respingere la pioggia tropicale che funesta la serata. Ma anche se il fumo ristagna, piove (diciamo sgocciola) dentro e il prezzo del biglietto è leggermente superiore agli standard bolognesi, siamo tutti presi bene: ci sarà il Funk Doctor e quello che conta è aver trovato un buco per lasciarlo rappare, del superfluo ci si occuperà la prossima volta. La portata principale della serata, prevista per la tarda notte, è preceduta da un sostanzioso aperitivo di live italiani. Quando questi iniziano, il problema dell’acustica si fa subito stringente: il volume dei microfoni è inadeguato, la base suona lontana chilometri e nemmeno un veterano come Esa (accompagnato dalla sorella Marya e da un paio di compari non meglio identificati) riesce a salvare la situazione più di tanto, anche se il cammeo di Dre Love (che regala un paio di strofe in inglese e qualche momento di entertaining etilico ed esilarante) è un regalo inatteso e apprezzatissimo. Dopo il live del Prez è il turno di Royal Mehdi e Rischio, che patiscono gli stessi problemi tecnici di chi li ha preceduti e, pur giocando in casa, non riescono a fomentare il pubblico nemmeno con la strumentale di “Bolo by night”. Poi, d’improvviso, la qualità dell’impianto resuscita. Oppure arriva il fonico. Fatto sta che Gruff si ritrova a performare in condizioni più che accettabili. Chiaro che poi ci mette del suo: rompe il ghiaccio con una session di scratch, si lancia in un’invettiva su chi mistifica il vero senso dell’hip hop, rappa alcuni pezzi dei suoi, pieni di acrobazie lessicali e di immagini irresistibili ( “dici che sei secondo dan/ sì, magari secondo Dan Peterson”) per cui il pubblico, fino a qui un po freddino, va in visibilio. Taiotoshi sale sul palco dopo Gruff ed è bravo a sfruttare l’atmosfera ormai surriscaldata: anche se lo stile allucinato e la voce al limite del pitch fanno storcere il naso a qualcuno, l’mc barese si merita l’attenzione della platea grazie a una rappata semplice e comunicativa e a un’interpretazione piena di personalità. E quando finalmente arriva sul palco Donald D, sai che il momento è vicino: tra un po’ spunterà dalle quinte l’Uomo Rosso a servire il piatto forte della serata. Che poi in realtà non va esattamente in questo modo. Donald D infotta il pubblico per un’ora (leggasi sessanta minuti) e se c’è un record mondiale in questo campo lo straccia senza problemi; e così Redman fa capolino dalle quinte solo all’una e mezza, giusto in tempo per evitare l’effetto boomerang dovuto alla troppa attesa. Sul live che si può dire? Reggie Noble ha l’entusiasmo di un quattordicenne che prende in mano per la prima volta un microfono e la naturalezza e la professionalità di chi ne ha già maneggiati a migliaia. La lunga carriera del nativo del New Jersey si riflette poi nella consistenza della scaletta, letteralmente congestionata dalle hit: si va da “How High pt.2” e “Da Rockwilder”, eseguite entrambe in contumacia Method, a “ Let’s get dirty” e “Whateva man”; da “Smoke Buddah” e “I’ll be dat” ai singoli del nuovo cd. Non c’è spazio per canzoni fiacche da pausa birra al bancone, né si ha l’impressione che alcuni pezzi siano più attempati o meno riusciti degli altri; a garantire continuità al tutto è soprattutto l’incredibile efficacia al microfono di Mr. Noble. E non si tratta di sentire o meno il funk: il flow di Redman te lo sputa addosso e non c’è proprio modo di spostarsi, è quanto di più incalzante e coinvolgente si possa immaginare. Se noi ci divertiamo, lo stesso si può dire del Funk Doctor: regala le sue scarpe al pubblico, fa stage divin’ un paio di volte e non si risparmia nemmeno una tirata sulla piega che sta prendendo l’hip hop in America, cui manca lo spirito che (almeno dalle sue parole) sente ancora in Europa. Il live finisce con un tris (forse eccessivo) di “Da Rockwilder”, cui il pubblico risponde comunque con entusiasmo; unica pecca, il tempo effettivo del concerto, che al netto delle interruzioni raggiungere a stento l’ora. Ma avercene, di show così. a cura di Fabio Varini |